27 RAFFAELLO SERNESI

Marina a Castiglioncello, Olio su tela, cm. 27,6x82

Storia: Enrico Checcucci, Firenze; Camulo Giussani, Erba (Milano); Eredi Giussani, Milano.

Esposizioni: Roma, 1956, n. 72, p. 57; Monaco, 1975/76, ii. 79, tav. 79; Firenze, 1976, n. 85, p. 143; Parigi, 1978/79, n. 44; Lugano, 1979, n. 46, p. 47; Los Angeles-Cambridge, 1986, n. 102, p. 131; Montecatini-Torino, 1986, cat. 43, pp. 162-163, tav. X.

Bibliografia: Ojetti, 1928, p. 13; Comanducci, 1934, p. 672; Bènèdite-Fogolari-Pischel-Fraschini, 1942, p.173; Comanducci, 1945, p. 763; Franchi, 1945, p. 133; Pischel, 1945, p. 154; Galetti-Camesasea, 1951, p.2276; De Logu, 1955, p. 99; Bucarelli, 1956, n. 72, p. 57; Borgiotti, 1958, p. 32; Drudi Gambillo, 1960, p.5; Pittori e valori, 1961, p. 266; Durbè-Matteucci, 1975, n. 79, tav. 79; Durbè, 1983, fig. 66, pp. 123, 124,118, 231; Dini, 1987, tav. f.t., p. 82.

Ben poco si può aggiungere alla ricchissima letteratura critica di questo splendido dipinto, giustamente ritenuto uno dei vertici assoluti della ‘Scuola’, oltre che il capolavoro di Sernesi. Cominciò l’Ojetti, nel 1928, ad esaltare la qualità e soprattutto la novità dei messaggio sernesiano, (ma già Signorini un anno dopo la morte dello sfortunato pittore aveva rivendicato l’importanza delle opere da lui eseguite a Castiglioncello verso il 1864): "In quella marina - scriveva Ojetti - egli sembra unire l’empito lirico dei Fattori nei paesi livornesi e maremmani e una finitezza stupenda, a una dovizia di colori, e anche a una sapienza di composizione che avrebbe fatto l’ammirazione del sapientissimo Costa. Sempre mi è parso impossibile che questo paese magistrale sia stato dipinto prima dei 1866. A quella data non avrebbe, in Toscana e forse in Italia, confronti". La Emiliani-Dalai, riferendosi però ai quadro Jucker, ha dato di questa composizione una delle interpretazioni critiche più profonde: ". . . il partito compositivo di respiro amplissimo evoca l’immota vastità dei campi ai limitare dei lago (sic!): ma la commossa, stupefatta intensità della visione è nel timbro dei toni locali - dall’ocra dei prati ai grigi lontani, allo smeraldo liquefatto del lago (sic!), ai verdi cupi delle querce monumentali, plasmate dall’ombra e dal sole - è nell’accordo che le vela e fonde nella stessa, estiva luce". Ben a proposito, la studiosa aveva poco prima parlato della "rara facoltà d’invenzione cromatica" propria di Sernesi: facoltà che si dispiega al suo massimo proprio nel dipinto Giussani, di fattura più analitica, rispetto al quadro Jucker e più smaltata nella tavolozza. Insomma, i due dipinti stanno in proporzione come un brano di musica eseguito due volte al pianoforte alla distanza di un ottavo. Nel quadro Giussani la visione si accende, nitida, tersa, vitrea, diremmo, se potessimo togliere il senso di immobilità che tale aggettivo racchiude e che è del tutto contrario al palpito vitale che risuona - lo si sente - in ogni cosa animata e inanimata lì raffigurata. A correggere il grossolano errore topografico della Emiliani-Dalai. che ravvisò nella composizione una veduta del lago Trasimeno, pensò già il Durbè (1976): nè oggi è più possibile confondere il familiare profilo della costa, che oltre il tipico leccio marino, più volte raffigurato anche da Borrani, si dispiega nella vasta insenatura del Porto Vecchio e poi ancora, oltre il Villone Berti, nel Monte della Rena e nella spiaggia di Vada.