59 GIOVANNI FATTORI

Riposo in Maremma, Olio su tela, cm. 35x72,5, Firmato in basso a destra

Storia: Giovanni Malesci, Firenze; Mario Taragoni, Genova; Collezione privata.

Esposizioni: Roma, 1921; Firenze, 1925; Livorno, 1953, caL 50, p. 42, tav. 50.

Bibliografia: Papini-Nomellini-Focardi, 1926, tav. 33; Somarč, 1928, tav. 142; Malesci, 1961, cat. 679, pp. 288, 407; Bianciardi-Della Chiesa, 1970, cat. 249, p. 97, tav. XXXIA.

Una coppia di bovi bianchi immobili sotto il sole del mezzogiorno; due figure di uomini assaliti dalla stanchezza per il duro lavoro intrapreso di buon ora giacciono, i volti riparati dal cappelli, all’ombra di un pino che si innalza grandioso fuori dal nostro campo visivo.

La campagna, the ai toni ocra intervalla i verdi cupi e smeraldo della bassa vegetazione, va declinando in lontananza, oltre la fitta pineta, verso una striscia di mare color lapislazzuli. E estremamente difficile spiegare con le parole il fascino di questo vertice assoluto dell’opera fattoriana: vere e proprie tarsie di colore smaltato s’incontrano fino a combaciare l’una cori l’altra, ordinate da un equilibrio compositivo straordinario. Il motivo del ‘riposo’ č diffuso ovunque da uno strano senso di quiete che aleggia intorno a uomini e cose: č la calda luce dei mezzogiorno che immobilizza, sebbene per pochi istanti, il quotidiano faticoso svolgersi dell’esistenza. La vita dei campi č la piů sensibile allo scorrere delle ore e delle stagioni e, come tale, essa soggiace per prima all’autorevole comando della natura che invita al riposo. Il motivo della quiete non nasce dalla presenza umana; essa č nell’atmosfera stessa della raffigurazione, nella natura del paesaggio che si apre verso l’orizzonte marino attraverso le verdi quinte della pineta sulla sinistra e del folto insieme di tamerici sulla destra.

Datato da Malesci al 1875 circa, collocazione questa ribadita anche da Bianciardi-Della Chiesa, a nostro vedere il dipinto appartiene a quel felice momento creativo che fu l’estate del 1867 (cronologia avanzata anche da Durbč): troppo intensi ci appaiono infatti i legami con la smaltata tavolozza delle Vedute borraniane, mentre il soggetto richiama troppo da vicino gli studi condotti insieme ad Abbati sugli animali e sugli effetti luminosi dei bianchi. L’ultima apparizione del dipinto in una pubblica esposizione risaliva al 1953.