20 GIUGNO 1944, L’ECCIDIO DI VADA. OTTANTADUE ANNI DOPO SI RICORDANO LE QUATTRO VITTIME UCCISE PER RAPPRESAGLIA DAI NAZISTI IN RITIRATA. SABATO 20 ALLE 22.15 UNA CERIMONIA AL CIPPO IN PIAZZA GARIBALDI

PRIMA (ORE 21), AL TEATRO ORDIGNO, IL DOCU-FILM DI MASSIMO SMURAGLIA SUL CASO GIUDIZIARIO DI SANTE DANESIN E DI ALTRI EX PARTIGIANI ARRESTATI NEGLI ANNI CINQUANTA
Data:

15/06/2026

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  • Comunicato stampa
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Descrizione

Nella immensa piazza che caratterizza il centro urbano di Vada, dominata dalla facciata della chiesa di San Leopoldo Re, accanto al monumento a Giuseppe Garibaldi (che dà il nome all’ampia spianata) c’è un cippo in marmo bianco che ricorda l’eccidio del 20 giugno 1944 quando alcuni militari nazisti in ritirata uccisero quattro cittadini vadesi. Si chiamavano Ruggero Lupichini, Delfo Rofi, Elio Vanni e Ivo Vanni. 

Entrarono all’improvviso, i nazisti, nella casa di Lupichini che la sera prima era tornato a Vada da Castellina Marittima dove era sfollato. Con lui c’era il figlio. Il ragazzo si salvò perché il padre, ucciso dai tedeschi, ebbe il tempo per nasconderlo in soffitta.  L’assassinio avvenne per rappresaglia, dopo uno scontro al Gabbro nel quale erano stati assassinati due repubblichini di Vada. L’episodio che fu alla base del seguendo eccidio del 20 giugno 1944 fu poi appurato essere stato uno scontro fra due bande repubblichine per cause di contrabbando. 

La rappresaglia a Vada cominciò la mattina del giorno dopo i fatti di Gabbro. Mentre la gente, spaventata, fuggiva per le strade, i tedeschi in ritirata - dopo aver ucciso Lupichini - ammazzarono anche i cugini Vanni e Delfo Rofi. Aveva 19 anni, gli spararono di fronte alla madre. Ci fu un quinto vadese colpito, ma nonostante le ferite riuscì a fuggire.

Le quattro vittime della rappresaglia vennero espose in piazza Garibaldi. I nazifascisti obbligarono i vadesi a sfilare davanti ai corpi senza vita dei concittadini. Fu don Antonio Vellutini che di fronte alle minacce dei tedeschi di fare altre vittime, offrì la sua vita per salvare la sua gente. Poco dopo i nazisti liberarono la popolazione.

Sono trascorsi 82 anni dall’eccidio e sabato 20 giugno ci sarà una cerimonia in piazza Garibaldi, per ricordare coloro che pagarono con la vita la follia la ferocia nazifasciste. L’appuntamento è fissato alle 22.15: interverranno Claudio Marabotti sindaco del Comune di Rosignano Marittimo, Massimo Smuraglia, regista e storico del cinema; Giacomo Luppichini, presidente della sezione dell’ANPI “M. Tarchi” di Rosignano. Ci sarà la deposizione di una corona d’alloro al cippo che ricorda Lupichini, Rofi e i due cugini Vanni, con un contributo musicale del Gruppo Filarmonico Solvay e del coro partigiano “Pietro Gori”.

Ma prima della cerimonia - a partire dalle ore 21 - al Teatro Ordigno di Vada ci sarà la proiezione del docu-film “La legge di chi non vede. Il caso Danesin”, proprio con la regia di Massimo Smuraglia - fra i relatori durante la cerimonia di commemorazione al cippo - che è uno storico del cinema e un esperto regista, figlio di Carlo Smuraglia, presidente storico dell’ANPI nazionale, che fu avvocato nel collegio di difesa del gruppo di partigiani della terza brigata (distaccamento Fantozzi) che dopo la guerra furono raggiunti da ordine di cattura per reati come omicidio, tentato omicidio, rapina e tentata rapina. 

“La legge di chi non vede. Il caso Danesin”, sceneggiato da Ilaria Mavilla. è stato prodotto nel 2009 da Fondazione Basso, Mediateca Regionale Toscana, Toscana Film Commission, Provincia di Pisa, Comuni di Rosignano Marittimo e Castellina Marittima, Anpi, Scuola di Cinema Anna Magnani.

La pellicola racconta la storia del processo, svoltosi nella prima metà degli anni Cinquanta di fronte alla Corte di Assise di Pisa, alla formazione partigiana guidata da Sante Danesin. Formazione che durante la Resistenza aveva operato tra Castellina Marittima e Rosignano.

Le azioni dei partigiani e la guerra di Resistenza divennero però - come riporta il docu-film -  reati comuni come omicidio, rapina, tentata rapina. Questo era infatti scritto nei mandati di cattura firmati da un giudice istruttore. Dopo quasi due anni di carcere preventivo, nel gennaio 1953, gli imputati - una quindicina di persone - furono prosciolti con la formula più ampia. Fra di loro, tutti del distaccamento partigiano “Fantozzi” (terza brigata partigiana), c’erano il comandante Sante Danesin, il vicecomandante Paolo Pannocchia e il commissario politico Vasco Giaconi. Dopo il ricorso del PM contro l’assoluzione, i tre furono condannati in secondo grado e poi amnistiati.

Sante Danesin entrò in clandestinità per combattere i nazifascisti nell’autunno del 1943, cosa che fece fino al luglio del 1944 quando Rosignano venne liberata dalle truppe alleate. Pochi mesi prima due appartenenti alla brigata partigiana avevano ferito in modo grave il maresciallo dei carabinieri Nannipieri, considerato un persecutore degli antifascisti, e ucciso il carabiniere Vanore. Un episodio che i nazifascisti definirono atto di guerra per il quale, il 29 gennaio, sulla spiaggia del Lillatro a Rosignano Solvay fu giustiziato l’antifascista livornese Oberdan Chiesa. Una fucilazione che viene ricordata ogni anno davanti al cippo in marmo e alla scultura progettata dall’artista Mimmo Di Cesare.

Si arriva così agli anni del dopoguerra, quando furono firmati gli ordini di cattura nei confronti del gruppo di ex partigiani. I reati - si sosteneva negli atti giudiziari - sarebbero stati compiuti non per liberare l’Italia dai nazifascisti, ma per motivi di vendetta e interesse personale. Del collegio di difesa, oltre a Carlo Smuraglia, fecero parte altri brillanti avvocati come Pasquale Filastò e soprattutto Lelio Basso, autore di una arringa difensiva definita “memorabile”, pubblicata anni dopo nel libro “La Democrazia dinanzi ai giudici”.

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Ultimo aggiornamento: 15/06/2026 20:08

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