Descrizione
Un grido è risuonato nel teatro, gremito di ragazzi e ragazze di alcune classi quinte della primaria (comprensoriali Solvay - Alighieri e Carducci - Fattori) e dell’Istituto superiore Mattei. “L’amore è donare agli altri. Antonio ha fatto il suo dovere fino in fondo, non ha mai fatto un passo indietro. Era un poliziotto. Era orgoglioso. Era motivato. Era il caposcorta di Giovanni Falcone, un uomo che stimava e in onore del quale ha voluto chiamare il nostro secondo figlio. Il suo sacrificio è servito ai palermitani a prendere coscienza della mafia, a non girarsi più dall’altra parte. E oggi abbiamo ancora più bisogno di persone come lui, come mio marito. Voi siete il futuro e dovete decidere da che parte stare”. I ragazzi, gli insegnanti, le autorità presenti nella sala del Teatro Solvay di Rosignano si sono alzati tutti in piedi, per la seconda volta, ad applaudire l’appassionato discorso di Tina Montinaro, la vedova di Antonio Montinaro che arrivò a Palermo da una questura del Nord Italia quando aveva 24 anni. “Io sono napoletana - ha raccontato Tina - lo conobbi a Palermo dove abitavo. Ci innamorammo e ci sposammo subito. Nell’87 nacque il nostro primo figlio, nel ’90 il secondo, Giovanni, come il suo magistrato”.
Era il 23 maggio del 1992, Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo era arrivato a Palermo da Roma. Montinaro aveva fatto il cambio del turno per andare in aeroporto a Punta Raisi per ricevere il magistrato, una persona che stimava sopra ogni cosa. “La mattina Antonio aveva giocato con i bambini, poi disse che andava a pranzare in caserma. Erano le 16.30 quando suonò il telefono - ha raccontato Tina - una mia amica mi chiese dov’era Antonio. Lui non voleva che per telefono dicessi dove stava, per motivi di sicurezza. Per questo risposti: è fuori con i bambini. L’amica esclamò: meno male, perché c’è stato un attentato a Giovanni Falcone”. Buttai giù e chiamai la questura. Sappiamo che è successo un macello, mi dissero. La mafia aveva esagerato, aveva usato 500 chilogrammi di tritolo che fecero saltare l’autostrada. Ma il criminale Brusca sbagliò i tempi per far esplodere l’ordigno, non sapeva che la macchina di Falcone aveva rallentato. Fu presa in pieno dall’esplosione quella della scorta che precedeva l’altra vettura. La Croma venne sbalzata per 300 metri dall’altra parte dell’autostrada, era la vettura sulla quale si trovavano Antonio con gli altri due agenti, Vito Schifani e Rocco Dicilio”.
I resti di quell’auto, deposti in una teca in vetro e ferro, nella mattinata di martedì 17 marzo 2026 sono arrivati a Rosignano Solvay, in piazza del teatro, presente anche il questore dottoressa Stellino. Quarto Savona 15, nome in codice della vettura della scorta formata da personale della Polizia di Stato, è oggi testimone della strage di quasi 34 anni fa. Gira l’Italia per raccontare cos’è la criminalità e qual è la strada da percorrere per la legalità. Nella locandina che annuncia le tappe della teca, c’è anche scritto “Dal sangue versato al sangue donato”. Quello versato è degli agenti, ma non solo loro, che sono morti per mano della mafia e della criminalità organizzata. Mentre il sangue donato è quello che serve per salvare altre vite. Infatti Quarto Savona 15 “viaggia” con DonatoriNati, associazione donatori volontari - Polizia di Stato e Vigli del Fuoco, per sensibilizzare tutti - a partire dagli studenti che sono il nostro futuro - a donare il sangue che serve per salvare altre vite. “Mentre noi siamo qui per parlare di legalità e donazioni - ha sottolineato lo speaker Pier Luciano Mennonna (Polizia di Stato) - alcuni colleghi sono al centro trasfusionale di Cecina a donare il loro sangue”.
Dopo aver scoperto nel piazzale la teca con i resti dell’auto della scorta di Falcone, la marea di studenti e studentesse, con tutte le autorità presenti, si è spostata nella sala del teatro.
La Fanfara dell’Accademia Navale diretta dal maestro Franco Impalà ha suonato l’Inno degli italiani alla presenza di numerose autorità, fra cui - oltre ai relatori che vedremo a seguire - la vicepresidente della Giunta regionale Mia Diop, il senatore Manfredi Potenti, il consigliere regionale Alessandro Franchi, il vicesindaco Mario Settino, alcuni assessori della giunta comunale, la comandante della Polizia locale Annalisa Maritan, il direttore generale di Castagneto Banca 1910 Fabrizio Mannari, Stefano Filucchi ex esponente della Polizia di Stato che ha collaborato all’organizzazione della mattinata.
Il primo a prendere la parola è stato il sindaco del Comune di Rosignano Marittimo, Claudio Marabotti: “Sono felice di essere qui e vedere così tanti giovani ad un evento in cui si parla di legalità, proprio vicino ai resti di Quarto Savona 15, l’auto della scorta di Giovanni Falcone che arriva da un luogo dove all’epoca c’era una sanguinosa guerra di mafia proprio per mancanza di legalità”. Ha citato, il sindaco Marabotti, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun che nel libro (1991) ”Dove lo stato non c’è” narra storie ambientate in Campania, in Calabria e in Sicilia. Racconti legati ad un suo viaggio in quelle terre, da cui emergono luoghi dove le istituzioni erano assenti o incapaci di gestire determinare situazioni. “Conflitto fra potere legale e potere illegale”, una guerra che ha visto in campo tante persone come Falcone, Borsellino, altri magistrati, esponenti delle forze dell’ordine. Ed ecco una citazione di Falcone: “Si combatte l’illegalità rischiando la vita, ma il coraggio non è avere paura, ma conviverci e andare avanti”. Certa criminalità, ha proseguito il sindaco, può essere subdolamente presente anche in luoghi dove non dovrebbe essere. Anche nel nostro territorio, ad esempio, ci sono alcuni beni che sono stati confiscati alla mafia.
Il prefetto di Livorno, Giancarlo Dionisi, dopo aver ringraziato tutti i presenti, è partito da una considerazione personale, perché lui ha conosciuto e lavorato a fianco di Falcone. “Nel corso della mia carriera ho avuto modo di occuparmi a lungo di criminalità organizzata, in particolare nel settore della collaborazione con la giustizia. È stato un lavoro difficile, spesso silenzioso, ma decisivo per costruire uno degli strumenti più efficaci nella lotta alla mafia. In quegli anni ho avuto anche l’onore e il privilegio di conoscere e di lavorare insieme a Giovanni Falcone.
Falcone aveva capito prima di molti altri che per colpire davvero le organizzazioni mafiose non bastava arrestare i singoli responsabili. Bisognava entrare nei meccanismi interni delle organizzazioni criminali, comprenderne struttura e strategie. Da questa intuizione - ha sottolineato - nacque il sistema dei collaboratori di giustizia. Quel sistema ha consentito negli anni di celebrare grandi processi e di colpire duramente strutture criminali per lungo tempo intoccabili, scalfendo in modo significativo la cosiddetta cupola mafiosa. Ricordare oggi Giovanni Falcone, per me, non è soltanto un momento istituzionale. È anche un ricordo personale di un uomo straordinario”.
Ha poi proseguito: “Ma la memoria non può fermarsi al passato. Questa iniziativa ha un valore particolare: trasformare il sangue versato in sangue donato. La teca della Quarto Savona 15 è un simbolo potentissimo. Davanti a quei resti non possiamo non pensare al sacrificio di Falcone, Morvillo e degli uomini della scorta. Ma il messaggio va oltre il dolore. Legalità significa responsabilità, rispetto, scelta quotidiana. E questo riguarda soprattutto voi ragazzi. Ogni volta che scegliete il rispetto invece della prepotenza, l’impegno invece dell’indifferenza, voi difendete concretamente quei valori. La legalità si costruisce con le leggi, ma anche con la cultura, l’educazione e la partecipazione.Il dono del sangue ne è un esempio concreto. Il modo migliore per onorare Falcone non è solo ricordarlo, ma continuare a camminare nella direzione che ci ha indicato”.
Molto personale anche la testimonianza di Maurizio Agnello, procuratore capo della Repubblica a Livorno, che ha cercato di rispondere alla domanda: quali sono le mafie di oggi?
“Bisogna sempre stare con gli occhi ben aperti verso tutte le forme di criminalità - ha detto il magistrato, figlio di un giudice, palermitano, e giovane studente ai tempi delle stragi di Capaci e via D’Amelio - si presentano in modo subdolo e bisogna capire i segnali. Se a Palermo un commerciante trova una mattina la serranda bloccata con la colla è un primo segnale che è stato preso di mira dalla rete mafiosa. Come interpretare, può succedere anche da queste parti, il danneggiamento di un mezzo meccanico da cantiere? Ma tu vieni da Palermo, mi hanno detto alcuni colleghi. Io invece dico che bisogna tenere gli occhi aperti. Palermo è stata una città in guerra per oltre vent’anni, sono state vittime di mafia magistrati, poliziotti, carabinieri, presidenti di Regione, sacerdoti, medici legali, giornalisti, perfino bambini… Ricordo ancora, era il 1982 e avevo 16 anni, che sulla testata del quotidiano della sera L’Ora di Palermo c’era un numero rosso in alto a destra, il numero rappresentava i morti di mafia, Quell’anno si superò quota 100… basta poco, quindi, per capire cos’era Palermo allora. Ricordo che andavo sempre da un amico davanti al quale abitava il giudice Chinnici, Lo assassinarono in piena estate, nel 1983. La gente di Palermo, allora, diceva che erano cose che potevano capitare, c’era una sentimento di rassegnazione”.
“Nel 1992, finito il servizio militare, mi presentai a Roma per il concorso in magistratura - ha proseguito il dottor Agnello - Lì conobbi Francesca Morvillo, la moglie di Falcone. Mi disse di salutare mio padre, magistrato. Era lunedì. Il sabato, cioè pochi giorni dopo, morì nell’attentato di Capaci. Un giorno, era il 23 maggio, che tutti i palermitani ricordano ancora, sapendo perfettamente quello che stavano facendo. Perché l’attentato a Falcone era il segno tangibile che la mafia era andata oltre. Anche la regina Elisabetta d’Inghilterra in visita a Palermo volle andare sul luogo dell’attentato. Eravamo ragazzi o poco più, ma sapevamo che dopo Falcone poteva accadere a Borsellino. Ancora oggi non capisco come lo Stato non abbia voluto proteggerlo. Dopo la strage di via D’Amelio .Palermo cominciò a esporre i lenzuoli… Cosa Nostra non se lo aspettava. A casa della mia famiglia misero tre alpini di guardia sulla soglia. Oggi Palermo è rinata, ci sono tanti turisti, tanti progetti in corso. Anche se la mafia non è ancora stata sconfitta definitivamente. Il male va riconosciuto dove si annida ed è necessario avere rispetto per le istituzioni, cosa che spesso a Livorno vedo poco. Si comincia con qualche atto di bullismo e non si sa dove si va a finire. Lo Stato siamo tutti noi, e il mio invito è quello di avere fiducia nelle istituzioni”.
Fra le testimonianze legate alle donazioni quella di Silvia Mollica dell’AIL (Associazione italiana contro le Leucemie) che ha raccontato la sua esperienza personale. Dopo aver scoperto una forma di leucemia acuta, è stata oltre un anno ricoverata in ospedale. “Prima la diagnosi che ti sconvolge la vita, poi la consapevolezza che la possibilità di guarigione è legata alle terapie e alle donazioni di sangue. Quando la tua possibilità di sopravvivenza è legata alla disponibilità di una sacca - ha detto - capisci quanto sia nobile il gesto della donazione”.
Fra gli interventi anche quello di Claudio Saltari di DonatoriNati e del progetto collegato alla testimonianza che viene resa direttamente - al di là delle parole - dalla visione della teca con i resti di Quarto Savona 15. “Dobbiamo spronare i giovani alle donazioni - ha sottolineato Saltari - spronarli a diventare cittadini attivi. Osservare i resti della macchina distrutta nella strage di Capaci, vuol dire far vedere direttamente la violenza del sangue versato, per cui è indispensabile far passare il messaggio della legalità e del gesto del dono per aiutare gli altri”.
La Fanfara dell’Accademia Navale ha poi suonato la Canzone di Sebastiano (legata alla protezione civile) che è stata cantata da tutti i bambini e bambine delle quinte delle scuole primarie del territorio. Una canzone nata nell’ambito del percorso alla legalità che la Polizia locale porta avanti nelle scuole. E sul palco insieme ai bambini sono salite anche le due agenti che sono state “insegnanti di legalità” durante l’anno scolastico.