Descrizione
Inaugurata la mostra dedicata a Pietro Leopoldo, in occasione del 260° anno dal suo insediamento come Granduca di Toscana. Nelle sale storiche del Castello di Rosignano Marittimo, dove nella ex fattoria arcivescovile ha la sua sede principale il Comune di Rosignano Marittimo, è stata allestita una esposizione documentaria che racconta il nostro territorio nel XVIII secolo e quelle che furono le innovazioni apportate dalla politica riformista e illuminata che nel 1786, con l’emanazione del Codice Leopoldino, sancì nel Granducato (primo Stato al mondo) l’abolizione della pena di morte. L’inaugurazione ha visto la presenza di Carolina Megale, direttrice del Museo Civico Archeologico “Palazzo Bombardieri” di Rosignano (situato nell’area del Castello) che ha introdotto le tematiche illustrate dai grandi pannelli che riproducono documenti dell’epoca legati alle riforme delle istituzioni comunali, delle comunità e del catasto effettuate da Pietro Leopoldo. Hanno quindi preso la parola il sindaco di Rosignano Marittimo, Claudio Marabotti, e lo storico Marco Paperini che con Megale ha “costruito” il progetto di questa importante esposizione. Nella giornata inaugurale, c’è stato anche un convegno a tema (sold out laplatea della sala) che ha visto la partecipazione di ricercatori e docenti universitari. Il progetto è “Pietro Leopoldo - per la pubblica felicità delle comunità” che ha dato il titolo anche al convegno mentre la mostra tematica segue il fil rouge “Vivere a Rosignano ai tempi di Pietro Leopoldo”. Il Granduca, nella prima sala, accoglie il visitatore, immortalato dalla foto che riproduce la “sua” statua realizzata dalla scultore carrarese Domenico Andrea Pelliccia. La scultura in marmo fu messa a dimora nel 1776 ed oggi, a Livorno, è visibile nella nicchia che si trova fra la chiesa di S. Jacopo e la Palazzina foresteria che fa parte dell’Accademia Navale.
La mostra dedicata al Granduca resterà aperta fino al 31 dicembre dal lunedì al venerdì negli orari di apertura degli uffici comunali (il martedì e giovedì anche il pomeriggio).
Info: Museo Civico Archeologico “Palazzo Bombardieri” a Rosignano Marittimo, tel. 0586 724288. palazzobombardieri@comune. rosignano.livorno.it
A seguire il riassunto di alcuni estratti dai pannelli che compongono la mostra documentaria “Vivere a Rosignano ai tempi di Pietro Leopoldo”
Pietro Leopoldo d'Asburgo-Lorena (Vienna, 1747) fu Granduca di Toscana dal 1765 al 1790. Terzogenito dell'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo e di Francesco Stefano di Lorena, sposò l’infanta di Spagna Maria Luisa di Borbone, figlia di Carlo III. L’unione doveva servire al riavvicinamento tra le Case d’Asburgo e di Borbone, a cui avrebbero contribuito anche le nozze tra le sorelle Maria Carolina con Ferdinando IV di Napoli, Maria Antonietta con il futuro Luigi XVI di Francia, e Maria Amalia con Ferdinando di Borbone-Parma.Dotato di una formazione illuminata, era particolarmente incline alle scienze, alla geografia e alla matematica. La chimica, intesa come sapere "utile" e pratico per l'incivilimento, fu la sua grande passione. Nonostante le raccomandazioni materne a un rigoroso rispetto dell'etichetta e della religione, il giovane sovrano ereditò dal padre una visione pragmatica e moderata del governo, basata su "douceur" e “politesse". Il 30 novembre del 1786 fu emanato il Codice Leopoldina e con esso fu abolita la pena di morte: il Granducato di Toscana è stato il primo Stato al mondo a prendere questa decisione.
Il Governo in Toscana (1765–1790)
Pur governando un piccolo Stato, l'importanza strategica della Toscana permise a Pietro Leopoldo di svolgere un'intensa opera di riformismo illuminato che lo pose ai vertici del panorama europeo. Nel suo venticinquennio di regno, sebbene caratterizzato da contrasti e ripensamenti, realizzò un imponente edificio politico e sociale che consegnò all’Ottocento una società fondata sulla proprietà terriera, la mezzadria e il libero mercato agricolo, su leggi, miti e valori condivisi, sul non reversibile distacco dalla Curia romana. Tutto ciò colloca il regno di Pietro Leopoldo ai livelli più alti del riformismo europeo, entro un contesto largamente toccato dai fermenti illuministi. Nel febbraio 1790, alla morte del fratello Giuseppe II, Pietro Leopoldo lasciò Firenze per diventare imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Leopoldo II.
Stemma del Granducato di Toscana di Rosignano
Scudo interzato in palo (ovvero diviso verticalmente in tre parti uguali da due linee), con le armi di Lorena, composto da tre aquile (o strombe) che guardano verso sinistra su fondo oro, d'Austria (i colori bianco e rosso) e dei Medici. Lo scudo è sovrapposto alla croce dei Cavalieri di Santo Stefano ed è sovrastato dalla corona granducale. La bandiera dai colori austriaci fu introdotta con l'insediamento del Granduca Pietro Leopoldo nel 1765, ancor prima che nella stessa Austria, ove comparve oltre vent'anni dopo, nel 1786.
La riforma delle istituzioni comunali
Fra le carte richiamate sui pannelli della mostra documentaria, c’è quella del Vicariato Granducale (area amministrativa) utilizzando la codifica cromatica tipica della cartografia amministrativa dell'epoca: gli insediamenti segnati in rosso (i luoghi religiosi con una croce), i corpi idrici in azzurro e le strade tracciate in marrone. Ai margini della mappa sono inseriti riquadri che offrono preziose piante e vedute dettagliate del porto di Livorno e delle fortificazioni e torri chiave della costa, tra cui Antignano, Ardenza, Calafuria, Marzocco e Castiglioncello. Il documento proviene dall'Archivio Asburgo-Lorena, ora conservato presso l'Archivio Nazionale di Praga. Fa parte di quella documentazione considerata di "spettanza privata" del Granduca Leopoldo II, che fu separata dall'archivio granducale dopo la sua fuga da Firenze nel 1859.
Una grande rivoluzione: Pietro Leopoldo e la riforma delle comunità
Nel 1765, la Toscana era uno Stato regionale tardo-medievale a base pluri-cittadina, privo di unità costituzionale. Si presentava come un mosaico di comunità semi-autonome, divise persino tra le aree storiche di Firenze e Siena. Ogni borgo o città (la "comunità degli originarii") aveva un proprio ordinamento, statuti di origine medievale e un sistema di uffici interno. I diritti di cittadinanza si ereditavano come il nome o i beni di famiglia. La compagine sociale era, per sua natura, estremamente chiusa.
Il disegno di riforma fu radicale e rivoluzionario: sostituire la vecchia "comunità degli originarii" con una "comunità dei possessori". Il diritto di far parte della comunità e di gestirla non fu più legato all'origine o all'antichità del domicilio, ma a un fondamento economico e fiscale. Il diritto di cittadinanza fu legato alla capacità fiscale del soggetto: diventavano membri a pieno titolo e con diritto di gestione coloro che contribuivano tramite l'imposta più importante del secondo Settecento, l’imposta sulla terra.
La riforma 'costituzionale' del territorio fu applicata gradualmente, ridisegnando la stessa geografia amministrativa del Granducato, applicata prima all’ambito fiorentino nel 1774, pisano nel 1776, senese nel 1777 e, infine, nel 1783 in Maremma.
La Maremma pisana nel Settecento
Il Settecento rappresenta un secolo di svolta cruciale per la Maremma Pisana (o Maremma Settentrionale), un'area che fino ad allora era stata dominata dalla malaria, dal paludismo e da una forte arretratezza economica. Con l'arrivo della dinastia Asburgo-Lorena nel 1737 e in particolare con le riforme di Pietro Leopoldo a partire dal 1765, il territorio passa da regione "invisibile" a oggetto di un sistematico e illuminato intervento statale.
Fino alla metà del secolo, la Maremma Pisana era, infatti, una zona ostile e inospitale, caratterizzata da un forte degrado idrogeologico con ampi settori costieri costituiti da terreni acquitrinosi e paduli (come quello di Vada), con problemi di scolo idrico dovuto alla scarsa pendenza e alla presenza di dune e tomboli sulla costa.
La situazione ambientale insalubre e l'alta mortalità legata alla malaria avevano causato un secolare spopolamento. L'economia era dominata da un sistema di latifondo basato su boschi, pascolo e una gestione estensiva con minimi investimenti. La malaria costringeva i pochi residenti o i lavoratori, che erano prevalentemente stagionali, ad abbandonare la zona durante l'estate.
Il governo lorenese riconobbe che il risanamento della Maremma non era solo un problema sanitario, ma la chiave per lo sviluppo economico dell'intero Granducato per cui Pietro Leopoldo avviò la prima fase organica di risanamento (la bonifica idraulica e agraria), in un'ottica che univa i principi illuministi e fisiocratici che vedremo applicati al territorio di Vada e Nibbiaia.
Nonostante gli sforzi iniziali del Settecento ponessero le basi (in particolare nella Maremma Pisana e in Valdichiana), la bonifica completa della Maremma fu un'impresa che richiese quasi un altro secolo e fu portata a termine dal successore di Pietro Leopoldo, Leopoldo II, nel corso dell'Ottocento, attraverso il sistema delle colmate e l'istituzione di un apposito ufficio di bonificamento.
La carta esposta evidenzia tutto il territorio dipendente amministrativamente da Pisa: dalla Lunigiana al confine con il Principato di Piombino, comprendendo il territorio dell’attuale Alta Maremma. Le indicazioni di lettere alfabetiche e numeri si riferiscono ai principali boschi. La carta è riferibile con sicurezza agli anni 1740-1758: da un lato per la presenza del Palazzo Ginori di Cecina, realizzato per volontà di Carlo Ginori intorno al 1740 sulle preesistenze di una torre costiera, e dall’altro per l’assenza dei fortini del litorale pisano, come quello di Bocca d’Arno la cui costruzione fu avviata nel 1759.
Questa mappa offre un'ampia prospettiva del territorio livornese, estendendosi dalla Fossa Chiara nel Piano di Pisa fino al Fosso Tripesce, a sud di Vada. Pur non essendo un rilievo topografico, illustra efficacemente le principali caratteristiche del territorio in età leopoldina. Rende visibili le principali strade e i relativi ponti (anche quelli ormai perduti), fungendo da base per un itinerario di viaggio. Segnala le osterie principali, come l'Osteria del Malandrone e quella dell'Acquabona (presso Rosignano).
La carta è preziosa per l'indicazione dei castelli "distrutti" (come Monte Carvoli, Quarrata, Motorno e il Castello delle Formiche) e di antichi edifici religiosi, come la Pieve di San Giovanni Battista (già San Gerusalemme) di Camaiano.
Sono segnalati diversi mulini, inclusi quelli a vento (a Valle Benedetta e Rosignano), e sono visibili gli insediamenti collinari.
La linea di costa è scandita dalla presenza di strutture militari e torri, e si estende fino a includere una rappresentazione dettagliata delle strutture portuali di Livorno tra cui la Torre del Marzocco e altre fortificazioni legate all'antico Porto Pisano.
La riforma catastale e il progetto granducale (1763–1820)
La necessità di un rifacimento del catasto in Toscana fu sollevata nel 1763. Con la riforma, infatti, solo i possessori di beni potevano far parte delle magistrature locali, con cariche il cui prestigio e potere era dovuto al patrimonio accertato. La Comunità di Rosignano, assieme al popolo di Castelnuovo, fu tra le prime ad aderire in via sperimentale alla riforma. Il nuovo catasto fu ordinato nel 1788 per sostituire l’ormai obsoleto Estimo Generale Pisano del 1622.
A Rosignano dunque la rilevazione fu condotta tra il 1788 e il 1795 dall'agrimensore Giovacchino Rossini. Il catasto entrò in vigore nel 1796, ma scatenò immediatamente polemiche e ricorsi. Per ordine granducale, la sua validità fu sospesa, lasciando legalmente valido solo il planetario (la parte cartografica) come strumento di riferimento per gli atti di compravendita dei beni (volture). Nonostante i tentativi di correzione, affidati all'ingegnere Giovanni Andreini, i proprietari continuarono a utilizzare il vecchio estimo fino all'arrivo del Catasto Ferdinandeo Leopoldino.
A Castelnuovo della Misericordia il catasto fu realizzato contemporaneamente dall'ingegnere Giovanni Andreini, con le stesse caratteristiche.
La documentazione cartografica
Il Catasto di Rosignano, conservato presso l'Archivio di Stato di Livorno, era in origine composto da 33 figure acquerellate di grandi dimensioni (22 per Castelnuovo), raffiguranti le proprietà terriere. Queste mappe, oggi purtroppo danneggiate e incomplete, erano disegnate in dettaglio e riportavano l'indicazione dei proprietari, delle dimensioni (espresse in stiore con i sottomultipli) e delle tipologie messe a coltura. Ogni mappa presentava un orientamento indipendente, segnalato dalla rosa dei venti. Questi documenti, pur nati in un contesto di forte contestazione, rimangono una testimonianza fondamentale della topografia e della struttura agraria del territorio costiero alla fine del Settecento.